Ognuno è artefice del proprio destino - Le Parche

Scopri chi sono le Parche nella mitologia antica e qual è il loro ruolo nella storia di Antonius, romanzo storico-fantasy sulle vicende della vita di Marco Antonio.

ANTONIUS

Beatrice Barone

Homo faber fortunae suae” scrivevano i latini un bel po’ di tempo fa eppure, per diversi anni, l’idea che ognuno di noi avesse già il proprio destino scritto mi affascinava terribilmente. Ottaviano Augusto? Era destinato a diventare il primo imperatore di Roma. Napoleone? Era destino diventasse imperatore dei francesi, come era destino che Colombo scoprisse un nuovo continente. Tutte queste persone erano destinate a grandi cose? Ho i miei dubbi. Sono state le loro scelte, le loro intuizioni e perfino le loro debolezze a renderli ciò che sono stati.

La visione del destino come qualcosa di immutabile e già scritto ha affascinato me come gli uomini e le donne che ci hanno preceduti. Quest’ultimi, tanto ci credevano, lo hanno addirittura personificato dandogli un nome e un volto, anzi tre. Per chi come me è cresciuto con i cartoni di Walt Disney non potrà non ricordarsi la scena del film Hercules in cui le dèe del destino si passano l’ultimo occhio rimasto nel mentre di profetizzare ad Ade la sua disfatta per mano di Ercole.

parche, Disney, figura mitologica
parche, Disney, figura mitologica

Le Parche (o Moire) erano in antichità le divinità che interpretavano il volere del Fato, le cui decisioni erano immutabili perfino per gli stessi Dèi. Sono tradizionalmente raffigurate come tre vecchie tessitrici: la prima, Lachesi, regge il fuso, la seconda, Cloto, tesse il filo della vita e la terza, Atropo, lo recide.

Di tutte le divinità greche, le Parche sono sempre state quelle ad affascinarmi di più.

Le immaginavo cieche, avvolte in mantelli scuri, chiuse nel loro antro spettrale a decidere il destino degli uomini indipendentemente dalla loro volontà:

(…) Giove strabuzzò gli occhi e continuò il tragitto nell’ombra. Vagò alla cieca finché non raggiunse una sezione dell’antro flebilmente illuminata.
Attirato dal chiarore come una falena dalla luce di una torcia, camminò in direzione dell’inconfondibile rumore di un arcolaio che tesseva e dietro un pesante strato di nebbia riconobbe tre piccole figure nere. Le Parche si presentarono ai suoi occhi come millenni prima, filando. La prima, Lachesi, reggeva il fuso, la seconda, Cloto, filava e la terza, la più temibile di tutte, Atropo, recideva il filo della vita.

Giove, recatosi nell’Oltretomba a interrogare le Parche per scoprire cosa succederà dopo la morte di Gaio Giulio Cesare, resta interdetto quando le dèe recitano l’ultima immagine serbata sul destino di Roma. Anche loro, proprio come Giove, sono cieche su cosa avverrà dopo. Tutto ciò che vedono sono i due nomi che si contenderanno il dominio del mondo dopo quelle sanguinose Idi di marzo:

(…) Giove mise da parte la collera, l’odio, la vendetta per sfrecciare verso le Parche, superò il limite imposto da Atropo e scosse Cloto dalle spalle. Il cappuccio nero scivolò via, svelando l’immagine di una testa consunta dalla vecchiaia e priva di capelli.
«Quali sono i loro nomi? Rispondimi!» urlò, «Quali sono i loro nomi!»
«I loro nomi sono…»
«Marco Antonio» rivelò Lachesi, «Caio Ottaviano», finì Atropo.

Sconfitto, il dio si allontanò lentamente. Era come aveva sempre temuto, dunque.
Apollo aveva scorto un alone nero, le Parche stesse non riuscivano ad allungare la loro onniscienza oltre alla morte di Gaio Giulio Cesare. Non rimaneva che una sola spiegazione: il destino di Roma sarebbe stato, d’ora in avanti, appeso a un filo.

L’idea attorno alla quale gira il mondo di Antonius è dunque la contrapposizione tra un destino immutabile e la possibilità di scelta. La cecità delle Parche sarà solo il punto di partenza per qualcosa che dovrà ancora essere scritto.

parche romane, mitologia
parche romane, mitologia

Dispute tra Dèi, il futuro di una civiltà, la tenacia di un uomo e la lotta per affrancarsi dal proprio destino.

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